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In questa sezione trovi tutti gli interventi, in ordine cronologico.
 
 

Francesco Forte, Gruppo Forte: La patologia del ginocchio nel bambino

di Admin del 08/02/2012 alle ore 17:05:41, in PATOLOGIE, letto 1221 volte.

Il ginocchio nei giovani è esposto a molte patologie.
In genere per una corretta diagnosi sono necessari un accurato esame clinico integrato da esami diagnostici (RX-TAC-RMN), solo in alcuni casi si rende necessaria un’artroscopia diagnostica.
I segni di patologia di ginocchio sono: gonfiore, dolore, ematoma, limitazione articolare, instabilità, blocco.
Quando si riscontra la presenza di emartro è sicuramente una patologia grave ed intraarticolare.

Consigli per l’esame clinico

- Valutare il bambino in piedi per osservare se le rotule sono alla stessa altezza, ricercare deviazioni laterali (ginocchio varo;ginocchio valgo) o sagittali (ginocchio flesso;ginocchio recurvato)
- Valutare il trofismo muscolare (più spesso si ritrova atrofia del vasto mediale), misurando la circonferenza delle due coscie e testare la forza del quadricipite
- Palpazione per ricercare punti dolorosi a livello della rotula, sui legamenti, sui tendini rotuleo e quadrici pitale,sulla tuberosità anteriore tibiale,sulla zampa d’oca,all’inserzione del bicipite femorale,sui punti meniscali (interlinea articolare)
- Valutare la presenza di versamento con il ballottamento rotuleo
- Misurare la flesso estensione in gradi
- Valutare la lassità legamentosa come nell’adulto e test meniscali
- Valutare l’affidabilità del ginocchio nel salire e scendere le scale e nella corsa
- Test del ginocchio in appoggio monopodalico
- Valutare sempre anche le anche, in quanto patologie come l’epifisiolisi, l’osteocondrite e le fratture da stress possono manifestarsi con gonalgia

Patologie della rotula

Condromalacia rotulea: si manifesta con dolore rotuleo anteriore o posteriore, durante la salite delle scale o in bicicletta o in posizione assisa prolungata. Segno della raspa positivo. Cause: trauma diretto, sublussazione rotulea, rotula alta, iperlassità, valgismo eccessivo, spostamento eccessivo tuberosità tibiale. Il trattamento è conservativo consiste in fisiokinesiterapia, ginocchiere, kinesiotaping, eventuali plantari. In caso di insuccesso dopo almeno 3-4 mesi trattamento chirurgico.

Lussazione rotulea: nella maggior parte dei casi è post traumatica in giovani con ginocchio valgo, rotula alta e sovrappeso. Spesso si riduce spontaneamente a ginocchio esteso. E’ necessario fare RX per escludere frattura osteocondrale e la presenza di frammenti ossei. Il trattamento è conservativo con immobilizzazione seguita da fisiokinesiterapia.

Lussazione recidivante: si accompagna a condromalacia. Va sempre fatta valutazione con RX assiali di rotula e RMN per ricercare eventuali anomalie ossee. Il trattamento è chirurgico seguito da fisiokinesiterapia.

Lussazione congenita: si scopre entro i primi 5 anni di vita. Familiarità e bilateralità in genere. Caratterizzata da posizione eterna del tendine rotuleo, contrattura vasto laterale e tensore fascia lata, rotula ipoplasia e condili femorali ipoplasici. Il trattamento è chirurgico seguito da fisiokinesiterapia. Spesso si associa a sindromi da iperlassità come Marfan,Elehrs Danlos,Trisomia del 21 ecc.

  

Osteocondrosi giovanili

Le osteocondrosi giovanili primitive dette anche osteocondriti sono patologie tipiche dell’età dell’accrescimento e tendono ad evolvere lentamente e spontaneamente verso la guarigione. Tuttavia, in alcuni casi, quando la diagnosi non è tempestiva e il trattamento non è adeguato, le osteocondriti possono determinare deformità significative. L’eziologia è ancora oggetto di studio. Tuttavia si ritiene che alla base delle osteocondriti vi siano disturbi dell’irrorazione ematica in associazione a microtraumatismi ripetuti. Sono state proposte anche teorie ereditarie ed endocrinologiche. Il sesso maschile viene interessato con più frequenza.

Malattia di Sinding-Larsen-Johansson: La sede della lesione è il polo inferiore della rotula a livello del quale è presente dolore, ipersensibilità e rigonfiamento dei tessuti molli. L’età più colpita è quella compresa tra i 10 e i 14 anni. Sono più colpiti i bambini sportivi che vanno incontro a traumi ripetuti. Il trattamento è conservativo (riposo, farmaci analgesici, tutore).

Osteocondrite dissecante: L'osteocondrite dissecante del ginocchio  è un processo patologico caratterizzato dal distacco, parziale o totale, di un frammento di cartilagine o di osso+cartilagine  dalla porzione laterale del condilo femorale mediale (meno frequentemente sono interessati il condilo femorale laterale e la rotula). L’età infantile e adolescenziale sono le più colpite. I microtraumi ripetuti e i disturbi della vascolarizzazione sono stati individuati come fattori responsabili di questa patologia in cui può verificarsi il distacco di un frammento osteocartilagineo dalla sede intra-articolare del condilo femorale determinando, a livello del ginocchio, dolore, episodi di blocco articolare, versamento e atrofia muscolare. La diagnosi clinica trova conferma nell’esame radiologico e nella risonanza magnetica nucleare. La prognosi è buona nei bambini, in cui si assiste spesso alla guarigione, basta astenersi dallo sport. Nei casi non rispondenti è indicata la chirurgia, sempre dopo i 14-15 anni.

Malattia di Osgood-Schlatter:. In questa malattia viene interessata l’apofisi tibiale anteriore, spesso bilateralmente. I maschi di età compresa tra i 9 e i 14 anni sono maggiormente interessati. Il paziente lamenta dolore a livello dell’apofisi tibiale anteriore che si accentua con l’attività sportiva, con la contrazione del muscolo quadricipite e con la flessione. Localmente si può apprezzare una tumefazione dolente alla palpazione. La diagnosi si avvale dell’esame radiografico che evidenzierà la frammentazione del nucleo apofisario interessato. La malattia tende ad evolvere verso la guarigione spontanea in circa un anno. La terapia consiste nella nell’interruzione dell’attività sportiva praticata. Quando la sintomatologia dolorosa è molto intensa si può associare terapia fisica e farmacologica antalgica e immobilizzazione per un certo periodo.

 

Cisti del cavo popliteo (di Baker)

Attualmente riteniamo che le cisti di Baker siano dovute ad una estroflessione anomala della borsa del gastrocnemio-semimembranoso oppure in misura minore ad una estroflessione della membrana sinoviale articolare. Nel bambino si manifesta come una massa non dolente e di dimensioni modeste. Colpisce prevalentemente bimbi tra i 4 e 15 anni. Di solito è asintomatica, ma può causare fastidio e limitazione del movimento. La diagnosi si basa sull’esame clinico e su uno studio ecografico o con RMN. Se allo studio RMN non si riscontra la presenza di una sottostante lesione articolare non deve esserci alcun trattamento chirurgico dal momento che il 70% delle cisti scompare spontaneamente nell’arco di mesi o anni.

Traumi

Fratture ossee, lesioni meniscali e rotture legamentose. Tendiniti varie; tumori e patologie reumatiche.

Dr. Francesco Forte
MD Specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione
Master in Ossigeno-Ozonoterapia Perfezionato in Medicina Manuale Osteopatica

 





 

Gruppo Latino e Mediterraneo di Medicina dello Sport - Atti del Congresso Internazionale di Arenzano (GE), 24 settembre 2011

Sindrome da sovraccarico funzionale della spalla nel windsurf e il taping kinesiologico®
Prof. Bellia Rosario
- fisioterapista della nazionale F.I.H.P.
- presidente dell’Associazione Italiana Taping Kinesiologico®

La traumatologia che si riscontra negli sport acquatici è in continua evoluzione sia percentualmente sia per le patologie specifiche; diversa da quella di solo dieci anni addietro, quando, per esempio, sport come il windsurf o lo sci nautico non aveva ancora avuto l'attuale diffusione di massa.
La spalla, sottoposta a questo, "overuse", può essere coinvolta in ciascuna delle sue componenti: pertanto le tecnopatie della spalla dell’atleta che pratica windsurf annovera spesso patologie da sovraccari­co quali la sindrome da conflitto, le sublussazioni uni e multidirezionali, le lussazioni scapolo-omerali, le tendinopatie della cuffia dei rotatori, le patologie del complesso bicipitale, le sinoviti, le borsiti, fino a un coinvolgimento delle articolazioni "accessorie" della spalla con le artropatie acromion-clavicolari.

La patogenesi delle suddette tecnopatie è ascrivibile, in altri casi, a lassità capsulo-legamentose o a squilibri della muscolatura intrinseca della spalla: talvolta la tecnopatia può essere determinata da una preesistente insufficienza dei legamenti stabilizzatori della spalla (gleno-omerali e scapolari), inoltre: da insufficiente vascolarizzazione sotto sforzo della cuffia dei rotatori.

Nel windsurf, accanto a lesioni acute - dell'apparato osteoarticolare (contusioni, fratture) o dell'apparato mio-capsulo-legamentoso (distorsioni, distrazioni, lacerazioni, rotture tendinee) si affiancano le lesioni croniche, statisticamente più frequenti: fra queste le rachialgie posturali, le tendinopatie inserzionali e le borsiti.
Le tecnopatie specifiche dell’atleta che pratica windsurf devono rientrare in un programma di prevenzione accurata.
La prevenzione potrà iniziare dalla correzione di eventuali mal allineamenti posturali; un intervento comune fra lo staff medico e lo staff tecnico nell'insegnamento a secco dei movimenti più “economici” dal punto di vista biomeccanico seguendo dei principi ergonomici; una prevenzione con elaborazione di appositi programmi di “compenso” per la tonificazione dei gruppi muscolari ipotonici e di stretching dei muscoli retratti.

Da questa breve analisi possiamo sintetizzare che: le patologie dell’atleta che pratica il windsurf sono prevalentemente di tipo traumatico e delle volte anche da sovraccarico funzionale (overuse).

La localizzazione anatomica del trauma è quasi esclusivamente a carico del cingolo scapolo-omerale e della muscolatura correlata, essendo l’articolazione maggiormente sollecitata specie in trazione.
Altre patologie che si riscontrano sono:
a) Lombalgia da sovraccarico funzionale
b) Contrattura da sovraccarico della muscolatura paravertebrale del tratto cervicale
c) Sindrome da conflitto sub-acromiale
d) Infiammazione tendine sovra spinato
e) Contrattura da sovraccarico della muscolatura del cingolo scapolo-omerale

 

Sindrome da sovraccarico funzionale della spalla nel windsurf e il taping kinesiologico®

A) Movimenti tecnici specifici predisponenti della sindrome scapolo-omerale

Da: Le Manovre di una barca a Vela, scheda illustrativa in formato PDF su Cultura Nautica - Il Portale della Nautica – Wikipedia -
Il primo prototipo documentato di tavola a vela risale al 1935 ed è accreditato a Tom Blake. Successivamente, nel 1965, fu Newman Darby a sviluppare l'idea aggiungendo un boma in modo da poter controllare la vela in piedi.
Il windsurf quindi nacque ufficialmente nel 1967 da un'idea di un ingegnere aerospaziale californiano, James (Jim) R. Drake.

Nel windsurf le manovre principali sono la virata e la strambata che, nella forma base, permettono il cambiamento delle mura (in altri termini il cambiamento di direzione) tramite il passaggio della vela rispettivamente sulla poppa o sulla prua della tavola.
Per condurre una tavola a vela, non essendoci il timone, si deve agire sull'inclinazione dell'albero. Per orzare ovvero portare la prua al vento in modo da impostare una andatura che stringe il vento detta anche di bolina, si deve inclinare l'albero verso poppa, spostando il centro velico verso questa direzione. Per poggiare, azione inversa all'orzare in modo da impostare una andatura che si allontana dal vento detta anche portante, si inclina l'albero verso la prua.
I piedi del surfista, in piena planata, sono bloccati in apposite straps (o cinghie punta piedi) collocate a poppa della tavola, mentre la vela è mantenuta in una posizione arretrata rispetto alla tavola, gestendo la disposizione del peso del proprio corpo e del rig in modo che avvenga l'equilibrio del centro velico (center of effort o CE) con il centro di deriva (center of lateral resistance o CLR) della tavola.
La planata permette al windsurf di raggiungere velocità molto rilevanti, garantendo un'alta efficienza in termini aeroidrodinamici.

Le tavole di windsurf sono di due tipi:
1) tavole dislocanti non plananti (dette anche longboards): in genere lunghe e pesanti, adatte ai principianti per avvicinarsi a questo sport e dotate di superfici veliche ridotte. Solitamente questo tipo di tavole è munita di deriva mobile posizionata al centro dello scafo.
2) tavole plananti (o funboards): in genere corte e leggere, che necessitano di maggiore esperienza e dotate di superfici veliche più grandi, comunque che permettano alla tavola di entrare in planata con una determinata intensità del vento. Questo tipo di tavole sono dotate di una serie di cinghie punta piedi (straps) sulla poppa e di cimette sul boma che vengono utilizzate agganciandosi mediante un trapezio indossato dal surfista.

Ci sono delle particolari discipline che si possono praticare con il windsurf, ognuna delle quali individua diverse tipologie di tavole (tratto da Wikipedia):
Il windsurf (RS:X da Pechino 2008): una delle specialità veliche dei Giochi Olimpici, per i maschi dal 1984 (a Los Angeles), per le femmine dal 1992 (a Barcellona) che dal 2008, a Pechino, ha sostituito la tavola Mistral. La grossetana Alessandra Sensini con questa tavola ha conquistato la quarta medaglia consecutiva (un argento per la prima volta, dietro ad una cinese, dopo due bronzi, con in mezzo il titolo olimpico e la medaglia d'oro a Sydney 2000).
Il Freestyle: si compiono evoluzioni molto complesse e spettacolari, come salti e rotazioni, con acqua calma o quasi.
Il Wave: l'atleta mescola il surf da onda e il windsurf saltando e surfando (italianizzazione del termine surfing) onde e frangenti. Questa specialità è forse la più spettacolare poiché permette al surfista di eseguire salti considerevoli e di chiudere evoluzioni (trick) totalmente fuori dall'acqua.
Il Formula: praticata con tavole dalle precise limitazioni (unica tavola con larghezza massima e lunghezza pinna definite) su di un vero e proprio percorso di regata molto simile a quello adottato dalle imbarcazioni a vela tradizionali (a due o più boe), dove si ripropongono quasi tutte le varie andature (bolina, traverso, lasco).
Lo Slalom: praticata con tavole con limitazioni meno restrittive (si può utilizzare un numero maggiore di tavole), con caratteristiche (lunghezza, larghezza, superificie velica) abbastanza variabili in base all'intensità del vento e di utilizzo. Si tratta di una competizione, dove si deve arrivare prima degli avversari alla fine di un percorso tra due boe che generalmente ha una conformazione "a otto" adottando un'andatura che è solitamente al traverso.
Il Supercross: competizione dove, come per lo Slalom, vince chi arriva per primo alla fine del percorso ma, fra un giro di boa e l'altro bisogna completare delle manovre Freestyle.
La Velocità (o Speed): tavole particolari (molto strette) sono lanciate su un tratto d'acqua piattissima. Le velocità si aggirano intorno ai 45 nodi. Il record mondiale di velocità di una tavola a vela di questo tipo appartiene al francese Antoine Albeau con una velocità di 49.09 nodi (90.91 km/h).

B) Etiopatogenesi e biomeccanica della spalla

Bisogna analizzare gli schemi di reclutamento dei vari muscoli per prevenire eventuali sovraccarichi funzionali da incoordinazione dell’attivazione biomeccanica delle catene cinetiche (concetto Kinesiopatologico – Sahrmann).
I fattori che contribuiscono alle disfunzioni del cingolo scapolare sono le alterazioni della lunghezza, della forza, dell’estensibilità dei muscoli e dello schema di reclutamento, provocate da movimenti ripetuti e da posture mantenute.
Per garantire che i movimenti della glena omerale siano ottimali è fondamentale che la testa dell’omero rimanga centrata nella glenoide durante i movimenti della spalla, quindi l’azione equilibrata dei muscoli è fondamentale per un corretto “ritmo scapolo-omerale”, che non favorisca patologie da “overuse”.

1) Muscoli toraco-scapolari:
- trapezio (superiore, medio, inferiore)
- elevatore della scapola
- i romboidei (grande e piccolo)
- gran dentato
- piccolo pettorale

2) Muscoli toraco-omerali:
- grande pettorale
- grande dorsale

3) Muscoli scapolo-omerali:
- il deltoide (posteriore, medio, anteriore)
- piccolo rotondo
- grande rotondo
- sopraspinato
- infraspinato
- sottoscapolare

4) muscoli omerali d’interesse nel movimento della spalla:
- tricipite brachiale (capo lungo)
- coraco-brachiale

La tendinite della cuffia dei rotatori spesso è la conseguenza più ricorrente per le continue sollecitazioni non equilibrate cui sono sottoposte tutte le strutture capsulo-legamentose dell’articolazione scapolo-omerale. Le sollecitazioni funzionali ripetute (overuse) associati a gesti sportivi over hand, gestualità sportive che comportano l’uso dell’arto elevato sopra il capo, espongono gli atleti al rischio di sviluppare varie patologie della spalla: tendiniti, sindrome da impingement ed eventualmente, instabilità articolare. Le strutture statiche di contenzione si indeboliscono progressivamente, permettendo una sublussazione anteriore gleno-omerale.
In un primo tempo, gli stabilizzatori dinamici riescono a compensare la modesta instabilità attraverso l’ipertrofia muscolare, però questi meccanismi di compenso spesso non sono sufficienti e si verifica una sublussazione anteriore della testa omerale, che entra in contatto con il legamento coracoacromiale determinando un impingement sottoacromiale.
L’impingement glenoideo postero superiore può verificarsi anche perché la traslazione anteriore omerale permette alla superficie inferiore del tendine dei muscoli sovra spinoso e sottospinoso di avere un punto di “frizione” contro la rima postero superiore della glenoide.
Sono molti gli stabilizzatori statici e dinamici dell’articolazione della spalla che provvedono al necessario equilibrio tra mobilità e stabilità.
Nonostante il contatto articolare gleno-omerale sia relativamente piccolo, la stabilità statica è assicurata dai sovrastanti tessuti molli e dal cercine glenoideo, che incrementando la superficie ed espandendo la profondità della fossa glenoidea, contribuiscono a migliorare la stabilità senza impedire l’articolarità.


La capsula articolare garantisce la stabilità della spalla grazie ad una selettiva resistenza delle fibre capsulari anteriori e inferiori, mentre i legamenti gleno-omerali intervengono durante l’abduzione omerale e la rotazione esterna.
La stabilità dinamica è ottenuta attraverso l’azione sinergica dei muscoli della cuffia dei rotatori e di quelli rotatori della scapola. I muscoli della cuffia (sovra spinato, sottospinato, piccolo rotondo, sottoscapolare), che s’inseriscono sul corpo della scapola, e sulla grande e piccola tuberosità dell’omero. Questi muscoli conferiscono stabilità provvedendo a mantenere la testa dell’omero centrata nella cavità glenoidea in maniera fisiologica.
I rotatori della scapola (trapezio, dentato anteriore, romboidei ed elevatore della scapola) posizionano la scapola (glenoide) in modo da garantire la migliore stabilità durante il completo movimento del gesto sportivo della trazione al petto del bome.

In visione biomeccanica scomponendo l’azione nei singoli movimenti possiamo evidenziare l’azione muscolare nelle varie fasi.
Durante la fase d’impugnatura del Boma e di trazione intensa, il muscolo deltoide abduce il braccio, mentre il muscolo infraspinato e il piccolo rotondo ruotano esternamente l’omero, il muscolo bicipite mantiene il gomito flesso a novanta gradi e il sottoscapolare modula decelerando la rotazione dell’omero. I muscoli grande pettorale, gran dorsale e tricipite in contrazione eccentrica forniscono la modulazione della posizione del tronco rispetto alla vela. Nella fase di decelerazione, la contrazione muscolare eccentrica del muscolo piccolo rotondo, l’incrementata attività dei muscoli trapezio, dentato anteriore, e romboide, controllano la decelerazione delle estremità.
Una piccola carenza di un muscolo stabilizzatore, dinamico e statico, determina un effetto importante sull’intera funzionalità della spalla.

I sovraccarichi funzionali possono portare a una compromissione delle strutture di contenimento anteriore, che darà origine a una modesta traslazione anteriore gleno-omerale. Inizialmente, gli stabilizzatori dinamici riescono a compensare questa modesta instabilità aumentando l’attivazione muscolare. Inseguito all’affaticamento di questi muscoli si può verificare una sublussazione della testa omerale, con la traslazione anteriore si può arrivare al contatto diretto della testa dell’omero con l’acromion dando origine a impingement secondario.

Le forze distrattive dell’azione del vento sulla vela sulla spalla sono assorbite dall’azione sinergica dei muscoli stabilizzatori della spalla, in base all’impugnatura del boma (se in supinazione e pronazione della mano), sarà più o meno sollecitato il bicipite brachiale, con la conseguente anteposizione della testa dell’omero e la frizione sulla parte anteriore del cercine glenoideo.
Il sovra spinato, il piccolo e grande rotondo saranno impegnati in sinergia e modulazione costante delle tensioni.

La patogenesi delle tecnopatie da overuse nel windsurf è ascrivibile, spesso, anche a predisposizioni costituzionali:
1) lassità capsulo-legamentose
2) squilibri della muscolatura intrinseca della spalla
3) alterazioni posturali, quale ad esempio un aumento della cifosi dorsale, che rende difficoltoso lo scivolamento della scapola sul piano costale (Comerford, 2001) .


Talvolta la tecnopatia può essere determinata da una preesistente insufficienza dei legamenti stabilizzatori della spalla (gleno-omerali e scapolari), ed inoltre: da insufficiente vascolarizzazione sotto sforzo della cuffia dei rotatori.

Le sequenze patogenetiche più frequenti sono:
- l’overuse può determinare una situazione infiammatoria subacuta, con conseguente aumento di volume dei tessuti periarticolari, cui fa seguito una relativa riduzione dello spazio sottoacromiale, con conseguente impigment. Inoltre l’overuse può determinare un “accorciamento adattativo” dei muscoli motori gleno-omerali e scapolo-toracici, cui consegue, come compenso, un overstrain (ipersollecitazione) di alcune strutture o l’insorgenza di movimenti INVOLONTARI atti a garantire la funzione. La ripetizione gestuale in tali condizioni può determinare infiammazione a carico delle strutture ipersollecitate o alterazioni artrocinematiche potenzialmente conflittuali (impingment).
- il dolore può causare un’alterazione della propriocezione, determinata dal persistere d’impulsi NOCICETTIVI, che daranno un’alterata risposta motoria, con caratteristiche simili all’instabilità.
- Un allenamento sportivo improprio, ad esempio con ripetizioni reiterate del gesto tecnico che favoriscono l’impiego della muscolatura agonista, può condurre a uno squilibrio muscolare, che potrà causare un’alterazione del centraggio dinamico della testa dell’omero e un deficit del controllo neuro muscolare da parte della muscolatura antagonista. Tutto ciò potrà dare origine ad impingement con infiammazione cronica delle strutture periarticolari;
- alterazione posturale, quale ad esempio un aumento della cifosi dorsale, può presentare un ostacolo all’estensione fisiologica del rachide, impedendo un corretto scivolamento scapolare, che darà origine a una richiesta notevole di flessione e rotazione esterna della spalla, con conseguente stress sulle strutture anteriori dell’articolazione gleno-omerale. (Comerford, 2001)

Un’importante coppia di forze, che agisce sul piano frontale, è quella costituita dal deltoide e dal muscolo sovraspinoso. ( da Dr.Valent 2007)
Questa coppia di forze raggiunge due obiettivi: da un lato le componenti rotatorie si combinano per produrre l’abduzione dell’omero e dall’altro le componenti traslatorie, agendo in direzioni opposte, si annullano garantendo la stabilità cranio-caudale dell’articolazione gleno-omerale. La forza esercitata anteriormente dal muscolo sottoscapolare e posteriormente dal sottospinato e dal piccolo rotondo è un’altra importante coppia di forze che agisce su un piano trasversale e che contribuisce alla stabilizzazione antero-posteriore dell’articolazione gleno-omerale. I muscoli della cuffia dei rotatori svolgono pertanto un ruolo importante nel controllo della stabilità dell’articolazione gleno-omerale, sia su un piano frontale sia su quello trasversale. Un’altra coppia di forze, fondamentale nel movimento di abduzione omerale, è quella composta dal muscolo trapezio superiore e dal gran dentato. Durante il movimento di abduzione, il trapezio superiore sostiene la scapola con la sua componente verticale e la porta verso le proprie origini con la componente orizzontale. Il gran dentato accolla la scapola al torace con la sua componente verticale e l’abduce con quella orizzontale. Le risultanti di entrambi i muscoli hanno la funzione di ruotare esternamente l’angolo inferiore della scapola, facendo risalire la volta acromiale.

C) Trattamento conservativo:

1) terapie fisiche: Alcune terapie fisiche si sono dimostrate efficaci nella cura della sindrome della spalla nelle varie fasi:
1. ultrasuoni
2. ionoforesi
3. Laser
4. Diatermia
5. Elettro Neuro Feedbac
k (ENF è uno strumento di nuova generazione, che produce un algoritmo d’impulsi elettrici, mediante l’attivazione di un circuito a retroazione negativa. L’ENF è in grado di leggere i valori d’impedenza della pelle e di trasmettere impulsi elettrici attraverso lo speciale algoritmo d’interazione con l’organismo.
Nella prima fase si è effettuata una scansione digitale per “mappare” con precisione l’area d’indagine per individuare i punti da riequilibrare nella fase successiva)


2) Rieducazione muscolare (programma di compenso)
Si attuerà un programma di “compenso” dei muscoli ipotonici per avere un effetto sinergico con gli esercizi di stretching dei muscoli retratti.
Quindi tonificazione dei muscoli che risultano allungati ed ipotonici: trapezio, sottoscapolare, ecc.
Esercizi di allungamento muscolare, stretching analitico, dei muscoli retratti: bicipite brachiale, deltoide anteriore, sovra spinato, ecc.

3) Taping kinesiologico:
applicare il taping kinesiologico® con traiettorie specifiche per aiutare il rilassamento dei muscoli retratti e il drenaggio dell’edema infiammatorio. Oltre che la regolazione del tono muscolare delle varie componenti (in fase riabilitativa – riposo); mentre nei momenti di ritorno all’attività fisica per sostenere la struttura muscolo-tendinea sollecitata in modalità stabilizzante.

Presentazione di alcuni bendaggi: Immagini tratte dal libro: Bellia – Sarzo “ Il taping kinesiologico nella traumatologia sportiva – manuale pratico di applicazione” ed. Alea Milano marzo 2011

 

Dervio (LC) – scuola di windsurf – maestro – Upali Giunawardena.

 

d) Rieducazione propriocettiva del gesto tecnico per prevenire il sovraccarico funzionale con l’uso di thera- band, tipo percettivo motorio. Di notevole importanza per prevenire le recidive della sindrome della spalla del nostro atleta è la rieducazione propriocettiva del gesto tecnico, tipo percettivo motorio.

E’ stato realizzato un programma di rieducazione propriocettiva specifico con l’uso di thera-band. L’elevazione eccessiva dei gomiti in fase di trazione sul boma crea una condizione predisponente al sovraccarico funzionale dei muscoli della cuffia dei rotatori. Inoltre alternare l’impugnatura al boma diventa fondamentale per evitare un’attivazione eccessiva del bicipite brachiale, che porta a un sovraccarico funzionale della glena omerale. Quindi si è attuato un programma di rieducazione propriocettiva del gesto tecnico di trazione sul boma, utilizzando gli elastici thera-band, simulando l’azione tecnica con esercizi:
1. ad occhi chiusi
2. Seguendo dei punti di repere
3. Con ritmi diversi
4. Con l’utilizzo di riprese video
5. Davanti ad uno specchio.


 

D) Conclusioni e considerazioni

 

Appare chiaro come nel caso dell’atleta che pratica il windsurf il sovraccarico funzionale della spalla è dovuto ad un’azione biomeccanica intensa a carico di alcuni muscoli della cuffia dei rotatori, quindi l’obiettivo sarà di riequilibrare il tono muscolare dei muscoli ipotonici e l’allungamento dei muscoli retratti; poiché alcuni muscoli che funzionano come sinergici in un movimento spesso svolgono azioni antagoniste in altri movimenti della spalla. Durante la fase d’impugnatura del Boma e di trazione intensa, il muscolo deltoide abduce il braccio, mentre il muscolo infraspinato e il piccolo rotondo ruotano esternamente l’omero, il muscolo bicipite mantiene il gomito flesso a novanta gradi e il sottoscapolare modula decelerando la rotazione dell’omero. I muscoli grande pettorale, gran dorsale e tricipite in contrazione eccentrica forniscono la modulazione della posizione del tronco rispetto alla vela. Nella fase di decelerazione, la contrazione muscolare eccentrica del muscolo piccolo rotondo, l’incrementata attività dei muscoli trapezio, dentato anteriore, e romboide, controllano la decelerazione delle estremità. Una piccola carenza di un muscolo stabilizzatore, dinamico e statico determina un effetto importante sull’intera funzionalità della spalla. I sovraccarichi funzionali possono portare a una compromissione delle strutture di contenimento anteriore, che darà origine a una modesta traslazione anteriore gleno-omerale, che darà origine alla sublussazione della testa omerale, con la traslazione anteriore fino al contatto diretto della testa dell’omero con l’acromion dando origine a impingement secondario. Prevenire gli squilibri muscolari deve essere un “obiettivo primario” per evitare di dover interrompere l’attività sportiva forzatamente a causa della sindrome dolorosa alla spalla.

Le foto dei bendaggi riportate in questo studio sono originali e di proprietà dell’autore. 

I nastri elastici usati per le applicazioni dello studio sono Kinsiotape della ditta: Visiocare Srl - Vedano al Lambro (MI) www.visiocare.it

Ringrazio il maestro federale Upali Giunawardena della scuola windsurf di Dervio (LC) per la consulenza tecnica e il signor Villa Patrizio. Bibliografia: - Bellia – Sarzo “ Il taping kinesiologico nella traumatologia sportiva – manuale pratico di applicazione” ed. Alea Milano marzo 2011 - Le Manovre di una barca a Vela, scheda illustrativa in formato PDF su Cultura Nautica - Il Portale della Nautica – Wikipedia – 2008 - - J. Ellsworth, Balance Your Helm for Speed, per una dettagliata descrizione del CE e del CLR – 2009. - Technique: the water start, articolo su Boardseekermag.com - Windsurfing Magazine – 2009.





La Patologia del disco invertebrale

di Francesco Forte del 01/08/2011 alle ore 14:47:57, in PATOLOGIE, letto 703 volte.

Il disco intervertebrale è una formazione anatomica normalmente interposta tra le superfici articolari dei corpi vertebrali. Esso ha la forma di una lente biconvessa ed è costituito da una parte periferica, detta anello fibroso ed una centrale, il nucleo polposo.
L'anello fibroso è costituito da un intreccio di fasci connettivali concentrici, prevalentemente collagenici, che negli strati più periferici si addentrano nei corpi delle vertebre contigue mentre negli strati più centrali si continuano con la cartilagine ialina delle superfici articolari delle stesse.
Dall'età di 10-15 anni la componente cellulare scompare e l'intero nucleo è costituito di mucopolisaccaridi atti a trattenere una grande quantità di acqua tanto che il nucleo stesso ne è composto per il 95% del suo peso.
Nei movimenti di flesso-estensione e di rotazione dei corpi vertebrali, il nucleo polposo si deforma ma non modifica il suo volume, trasmettendo le sollecitazioni pressorie all'anello fibroso la cui struttura è idonea a sopportarle.
Con il procedere dell'età, il disco va incontro a processi di invecchiamento tanto che, sforzi anche lievi possono dare origine alla fuoriuscita di materiale nucleare dalla sua normale sede.

In relazione al danno subito dal disco ed in base alla fuoriuscita di materiale nucleare distinguiamo:
- Ernie discali contenute quando l'espulsione è ancora contenuta dalle fibre del legamento longitudinale posteriore
- Ernie discali protruse quando l'espulsione ha oltrepassato le fibre del legamento longitudinale posteriore pur rimanendo allo stesso livello della loro origine
-Ernie discali migrate o espulse quando il materiale nucleare è stato espulso dallo spazio intervertebrale ed è migrato inferiormente all'origine

L'erniazione del disco è un evento rarissimo a livello delle vertebre dorsali, raro nel tratto cervicale e frequente nella colonna lombare.
Gli stretti rapporti anatomici tra disco intervertebrale e radici nervose fanno si che una protrusione di materiale discale può comprimere meccanicamente le radici adiacenti originando così le sindromi radicolari (cervicobrachialgia, lombosciatalgia).
Si è soliti dire che ogni radice prende rapporto con il disco soprastante la vertebra di pari numero, indi una erniazione del disco L4-L5 comprimerà la radice L5 ed il disco L5-S1 la radice S1.
Oltre che dalla patologia degenerativa, il disco intervertebrale può essere colpito da processi infiammatori specifici o aspecifici.

Tra i processi specifici riveste primaria importanza la TBC mentre tra quelli aspecifici citiamo le disciti post traumatice, le disciti come complicanza di un intervento chirurgico di erniectomia e le disciti ematogene, queste ultime a carico quasi esclusivamente dei bambini. Sintomatologia clinica Possiamo schematizzare la sintomatologia della patologia discale essenzialmente in tre gruppi:
- generale
- locale o rachidea
- radicolare
La febbre ed altri segni sistemici di infezione si manifestano qualora il disco sia interessato da processi infettivo-infiammatori.
Bisogna tuttavia ricordare che nel 50% dei casi questi sintomi possono essere assenti.
Il dolore, la rigidità del tratto interessato e la contrattura paravertebrale reattiva sono i sintomi locali a cui va spesso aggiunta una deviazione scoliotica antalgica.
La fuoriuscita del nucleo polposo dalla sua sede anatomica e la compressione della adiacente radice nervosa da origine all'insorgenza della sintomatologia radicolare.
Le radici nervose più frequentemente interessate da tale patologia sono: C6 e C7 a livello cervicale mentre L4, L5 ed S1 nella colonna lombare.

In rapporto all'entità ed alla durata della compressione radicolare possono essere distinti tre quadri clinici:
- Sindrome irritativa in cui prevalgono il dolore, le parestesie, e l'iperreflessia.
- Sindrome compressiva caratterizzata da areflessia, ipoestesia ed ipotrofia muscolare.
- Sindrome paralitica che in genere si manifesta bruscamente ed è caratterizzata dall'assenza del dolore, dall'areflessia e dall'anestesia.

Le caratteristiche peculiari di ciascun interessamento radicolare sono in relazione al dermatomero servito dalla radice stessa e quindi possiamo schematicamente distinguere:
- C6: Ipoestesia in corrispondenza del deltoide con ipo-areflessia dei riflessi bicipitale e brachio-radiale.
- C7: Ipoestesia sulla faccia postero-laterale del braccio e dell'avambraccio sino al 2 e 3 dito; ipo-areflessia del riflesso tricipitale.
- L4: Ipoestesia sulla faccia laterale della coscia ed anteromediale della gamba; ipo-areflessia del riflesso rotuleo.
- L5: Ipoestesia sulla faccia laterale della coscia, antero- laterale della gamba con deficit esauribilità del muscolo estensore proprio dell'alluce e del muscolo estensore comune delle dita.
- S1: Ipoestesia sulla faccia posteriore della coscia, della gamba e porzione laterale del piede con ipo-areflessia dei riflessi achilleo e medioplantare.

Oltre a questi segni, il dolore radicolare puo• essere riacutizzato da particolari manovre quali:
Manovra di Lasegue : Estensione della gamba ad anca flessa a 90°
Manovra di Delitala : Pressione digitale all'emergenza della radice dal rachide
Manovra di Valleix : Pressione digitale lungo il decorso del n. Sciatico
Manovra di Valsalva : Espirazione forzata a glottide chiusa
Manovra di Nafziger : Compressione delle vene giugulari Diagnostica strumentale Di seguito ad un accurato esame clinico del paziente, la diagnosi di patologia del disco intervertebrale viene posta con l'ausilio di esami strumentali, primi fra tutti l'RX del rachide, la TAC e la RMN.

L'RX standard e nelle proiezioni oblique è fondamentale nella diagnosi di discite perchè ci mostra il restringimento dello spazio intersomatico e l'eventuale erosione delle limitanti, mentre è insufficiente per la patologia erniaria.
La TAC e la RMN permettono di evidenziare direttamente la fuoriuscita di materiale erniario ed i suoi rapporti con la radice contigua.

Cenni di terapia
La patologia infettiva del disco intervertebrale viene trattata con una specifica chemioantibiotico terapia mirata e con l'immobilizzazione della colonna per un lungo periodo.

L'approccio terapeutico all'ernia del disco prevede due orientamenti: uno conservativo e l'altro chirurgico.

Il trattamento conservativo in genere è di competenza del Medico Fisiatra (medico specialista in medicina fisica e riabilitazione). La terapia conservativa consta, oltre che del riposo, della somministrazione di farmaci antiinfiammatori (FANS ed anche cortisoni per via sistemica o in infiltrazioni paravertebrali e peridurali), antidolorifici,decontratturanti, neurotrofici. Molto efficace risulta essere l’ozonoterapia effettuata da medici esperti in tale metodica.
Si utilizzano pure sedute di trazioni lombari o cervicali e corsetti ortopedici con l'intento di ridurre l'effetto compressivo sulla radice nervosa ed inoltre sedute di fisioterapia come tecarterapia, laser hilt, tens, interx, magnetoterapia, radarterapia ed ultrasonoterapia. In un secondo momemto sono utilissime tecniche di ginnastica posturale e riabilitativa associate eventualmente a manipolazioni osteopatiche, a patto che siano effettuate da medici esperti di osteopatia e di medicina manuale. Infatti le manipolazioni vertebrali se da un alto possono risultare molto utili, dall’altro se sbagliate o controindicate possono aggravare la situazione. Qualora la sintomatologia clinica e soggettiva non regredisca, ci si orienta verso un intervento chirurgico.

Oltre alla chirurgia tradizionale, che prevede l'erniectomia e l'asportazione del disco aprendosi la strada verso lo stesso con una laminectomia ed eventualmente una artrectomia parziale, oggi sono proposti altri interventi:
- Chimonucleolisi: digestione enzimatica del nucleo polposo con l'utilizzo di chimopapaina
- Microdiscectomia: erniectomia e discectomia con l'ausilio del microscopio chirurgico
-Nucleotomia percutanea: asportazione del disco e del nucleo con l'utilizzo di sonde video guida per via percutanea - Discectomia Percutanea Laser - PLDD (Percutaneous Laser Disc Decompression) consiste nell’asportazione dell'ernia attraverso uno speciale ago, per accesso percutaneo, contenente una fibra ottica di piccolissime dimensioni che vaporizza, sotto controllo radioscopico, il materiale discale erniato La scelta della tecnica chirurgica viene fatta dal chirurgo (neurochirurgo o ortopedico) in base al tipo di ernia e alla propria esperienza.

Dr Francesco Forte
MD Specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione
Master in Ossigeno-Ozonoterapia Perfezionato in Medicina Manuale Osteopatica

 





La Malattia di Haglund

di Luca Ricciardelli Forte del 01/08/2011 alle ore 14:34:03, in PATOLOGIE, letto 1443 volte.

La Malattia di Haglund è una patologia della regione calcaneare posteriore caratterizzata da una sporgenza ossea postero-superiore del calcagno (esostosi) con concomitante borsite retroachillea e tendinopatia inserzionale del tendine di Achille.

Tale patologia viene favorita dall’uso di scarpe con contrafforte (parte posteriore della calzatura) rigido e da alcuni fattori ereditari che possono predisporre a sviluppare l’Haglund (piedi cavi, patologie del tendine di achilleo, tendenza a camminare sul lato del tallone).
La sintomatologia dolorosa è legata alla irritazione dei tessuti molli vicini al tendine achilleo provocando delle borsiti da conflitto (la borsite retro calcaneare è un’infiammazione del tessuto che si trova tra l’osso e il tendine).
All’esame obbiettivo oltre alla tumefazione posteriore si riscontra dolore nel punto di inserzione del tendine achilleo all’osso, versamento e rossore dell’area tumefatta. La diagnosi si basa sui sintomi del paziente e l’esame clinico.

Le radiografie aiutano a valutare la tumefazione ossea, mentre la risonanza magnetica può meglio stabilire eventuali lesioni al tendine di Achille.
Il trattamento conservativo consiste nella riduzione dell’infiammazione della borsa e quindi del dolore e non nella riduzione dell’esostosi.

Diverse sono le strategie da seguire: terapia medica per via orale/locale (FANS/ mesoterapia / ozonoterapia), ghiaccio (riduce il gonfiore), rialzo calcaneare con modifica della calzature (scarpe aperte posteriormente o con contrafforte morbido) rappresentano un primo approccio al trattamento conservativo.
Molto utili sono le diverse tecniche fisioterapiche come le Onde d’urto Tecarterapia, laser yag e/o Hilterapy associati ad esercizi di stretching del tricipite surale, rinforzo muscolare eccentrico, rieducazione propriocettiva .
A queste terapie si può aggiungere una valutazione baropodometrica dinamica con conseguente confezione di plantari per correggere eventuali difetti assiali a carico del retropiede e una valutazione del medico osteopata per risolvere eventuali blocchi articolari a carico del piede o del bacino.Il trattamento chirurgico si rende necessario al fallimento della terapia conservativa.
Tale trattamento consiste nell’asportazione della tumefazione calcaneare.
Nei casi in cui il tendine sia degenerato allora sarà necessario intervenire anche su questo eliminando il tessuto malato e a volte sarà necessario reinserire il tendine di Achille all’osso.
Tale patologia si presenta sempre con maggiore frequenza nei giovani sportivi agonisti e non (in particolare nella pratica del gioco del calcio e nei podisti) diventando un serio problema nella riduzione dell’attività sportiva e nel rallentare la carriera dello sportivo professionista.
Quindi è opportuno non sottovalutare i primi sintomi di dolenzia retro calcaneare e rivolgersi il prima possibile a medici specialisti del settore (fisiatri, medici dello sport, ortopedici), i quali in base alle condizioni del paziente dovranno bene inquadrare la patologia ed consigliare al meglio per una pronta guarigione.

Dr Luca Ricciarelli
MD Specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione
Direttore Tecnico Gruppo Forte, Sede di Salerno, c/o CE.FI.SA.





Squilibri Posturali del musicista

di Alfonso Maria Forte del 15/06/2011 alle ore 13:50:49, in PATOLOGIE, letto 1044 volte.

Una corretta postura, è un elemento importante per il musicista il quale necessita di una totale consapevolezza del proprio corpo e del corpo rapportato allo strumento per ottenere una perfetta esecuzione.
La mano, non agisce come entità isolata e svolge la sua attività nello spazio: avanti e indietro, destra e sinistra, rotazione, prono supinazione, mediante l'azione di muscoli agonisti ed antagonisti.
Il musicista deve essere considerato come un insieme di elementi strettamente collegati tra loro.
La postura altro non è che la posizione del corpo nello spazio per attuare le funzioni antigravitarie con il minor dispendio energetico sia durante una azione o un gesto musicale che da fermi; ad essa vengono a concorrere vari fattori (neurofisiologici, biomeccanici, emotivi, psicologici e relazionali).

 I segnali provengono dalla pianta dei piedi, dalle ossa ischiatiche ,quando il musicista è seduto, dagli occhi, dall'orecchio interno e dalle articolazioni temporo mandibolari.
La postura di un musicista è frutto del vissuto della persona stessa, determinato da stress, traumi fisici ed emotivi, posture professionali scorrette ripetute e mantenute nel tempo, respirazione scorretta, squilibrii biochimici derivati da una scorretta alimentazione, ecc..
In base a ciò la postura del musicista è in costante e progressiva modificazione e Qualunque squilibrio morfofunzionale, può influenzare in modo anche minimo il gesto musicale.
Per aiutare il musicista ad avere consapevolezza del proprio corpo, è necessario valutare ogni elemento, ambientale, strutturale e tecnico, e interrogare approfonditamente il musicista per ricercare un qualche fattore scatenante: eccesso di lavoro, cambiamento di strumento o di maestro, esercitazione troppo intensa in previsione di un concorso, etc...
E' fondamentale che lo specialista valuti attentamente un musicista con un approccio globale , per valutare la sua struttura, il suo equilibrio, la validità neuromuscolare. Il concetto di spazialità, infatti è immediatamente successivo a quello di postura; infatti la postura altro non è che il rapporto del corpo nei tre assi dello spazio.
Per quanto riguarda l'equilibrio esso va definito come il miglior rapporto tra il musicista e l'ambiente circostante; ne deriva che il corpo, sia in statica che in durante un gesto musicale assume un equilibrio ottimale a seconda degli stimoli ambientali che riceve e del programma motorio che adotta.


 E' fondamentale studiare il paziente mentre suona il proprio strumento in quanto molte distonie di funzione si evidenziano soltanto nelle posture assunte durante l'esecuzione musicale, posture che non sempre sono utilizzate nella vita quotidiana. Le eventuali patologie associate quali compressioni radicolari, nervose, dismorfismi vertebrali o lassità legamentose vanno sempre prese in considerazione ed attentamente analizzate. Quindi, come in tutte le attività che richiedono un alto livello di utilizzazione del sistema nervoso, nella pratica musicale è assai utile rendere più chiare le intenzioni artistico-espressive e più fluidi i mezzi per realizzarle; in questo senso si proporrà il trattamento più idoneo, medico e/o riabilitativo con l’obiettivo di sviluppare una consapevolezza così profonda che permette di integrare naturalmente questi due aspetti. Il trattamento riabilitativo sarà volto al recupero di aspetti più generali, come la posizione seduta e la respirazione, per rendere più confortevole la condizione globale, Successivamente bisognerà avvicinarsi al problema in altro modo, cercando di conoscerlo meglio, focalizzando la propria attenzione su quello che, fino ad allora, era un movimento coatto, scegliendo , in un certo senso, di fare consapevolmente qualcosa di "sbagliato" . L’obiettivo finale sarà quello di riorganizzare in modo più globale e raffinato i movimenti ed ottenere l'esecuzione desiderata , individuando la distribuzione delle forze, gli eccessi e le debolezze
e armonizzando l'attività del pensiero e quella motoria.
Nei casi più seri, dopo un certo periodo di astensione dallo strumento, questo verrà progressivamente autorizzato, il musicista, assieme al proprio maestro ricomincerà ad esercitarsi per ritrovare "le sue sensazioni" e quel piacere di eseguire la musica senza alcun impedimento.

immagini fonte: docvadis





L'Anca a scatto

di Alfonso Maria Forte del 01/06/2011 alle ore 21:19:12, in PATOLOGIE, letto 1545 volte.

La Sindrome dell'anca a scatto - Snapping hip sindrome - pur essendo una patologia minore dell'anca, è relativamente frequente e colpisce prevalentemente individui giovani e sportivi.
Mentre spesso lo scatto non si associa a dolore, alcune volte la sintomatologia ed i disturbi funzionali spingono i pazienti a consultare lo specialista.

L'anca a scatto è un fenomeno presente maggiormente negli atleti di sesso femminile tra i 20 e i 30 anni che si manifesta con una sensazione di scatto o schiocco durante il movimenti dell’anca.

Esistono due grandi categorie di anca a scatto, a seconda che lo scatto sia intra-articolare (cioè provocato da un "corpo estraneo" interposto tra la testa del femore e l'acetabolo) o extra-articolare (cioè provocato dal conflitto tra l'anca in movimento e i tessuti molli circostanti).

L'Anca a scatto extra-articolare, statisticamente più frequente, può essere a sua volta suddivisa in interna o esterna a seconda della posizione delle strutture che scattano rispetto all'articolazione dell'anca. Lo scatto è interno quando il tendine dell'ileopsoas scatta al di sopra di una salienza ossea del bacino detta eminenza ileo-pettinea o del suo stesso punto di inserzione femorale, il piccolo trocantere.

L’Anca a scatto interna extrarticolare è una patologia che più comunemente si osserva in sportivi impegnati in sport che determino movimenti di flessione ed extrarotazione ripetuti come la danza, la ginnastica, il calcio Lo scatto è invece esterno quando la fascia lata scatta al di sopra del grande trocantere. Poichè questi scatti extra-articolari sono prodotti da fenomeni di frizione tra tendini/fasce e osso, essi si associano spesso all'infiammazione delle borse sierose interposte (borsite).

Il dolore, sebbene non costante, è abbastanza frequente. Nelle rare forme intra-articolari il dolore ricalca quello delle comuni malattie articolari dell'anca (coxalgia), interessando l'inguine e il gluteo e talora irradiandosi in basso verso il ginocchio. Nelle più comuni forme extra-articolari possiamo osservare invece i sintomi delle borsiti associate:
- la trocanterite o borsite trocanterica (scatto esterno) produce un dolore "al fianco" sulla sporgenza ossea del grande trocantere
- la borsite dell'ileopsoas (scatto interno) produce al contrario un dolore inguinale puro, esacerbato dal movimento del "calcio di piatto" del pallone e dalla palpazione profonda in quella zona.





Distorsione alla caviglia

di Admin del 21/04/2011 alle ore 13:34:42, in PATOLOGIE, letto 640 volte.

La distorsione alla caviglia è il più frequente trauma muscolo-scheletrico dell'arto inferiore.
Nella distorsione alla caviglia spesso residua un dolore significativo che comporta una limitazione funzionale.
Anche dopo che il trauma è stato curato si ha una percentuale variabile di pazienti, che lamentano una sintomatologia cronica caratterizzata da rigidità, dolore, insufficienza muscolare, con difficoltà a deambulare su terreni irregolari.
Questo avviene perché il danno del trauma distorsivo non avviene solo a carico del tessuto legamentoso, ma anche del tessuto nervoso e muscolo-tendineo, intorno alla caviglia.
Per questo motivo, dopo aver indossato un gambaletto gessato o un tutore è opportuno iniziare precocemente un programma riabilitativo basato sul recupero dell'articolarità, della forza muscolare e soprattutto della propriocezione.
La propriocezione (dal latino proprius, appartenere a se stesso) rappresenta la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio anche senza il supporto della vista.
La rieducazione propriocettiva è una riprogrammazione neuromotoria, cioè una tecnica rieducativa che si basa sulla stimolazione del sistema neuro-motorio nella sua totalità.
La rieducazione propriocettiva risulta di fondamentale importanza per ottenere un recupero completo dopo un trauma e per prevenire le recidive.





Dito a scatto

di Admin del 21/04/2011 alle ore 13:34:14, in PATOLOGIE, letto 1216 volte.

Il dito a scatto è una malattia dei tendini della mano che non riescono più a scorrere bene nella guaina tendinea, per cui rimane il dito flesso che deve essere riportato in posizione con l'aiuto dell'altra mano.
Può essere dovuto a cause di tipo traumatico indiretto come conseguenza di attività lavorative che comportino ripetuti movimenti in flesso-estensione delle dita o di tipo ormonale legato all'equilibrio tra estrogeni e progestinici.
Può colpire tutte le dita ma più frequentemente colpisce il pollice e il quarto dito.
In una fase iniziale sono presenti, un dolore modesto al dito e al palmo della mano ed una sensazione di intoppo meccanico nell'estensione del dito.
Al progredire dei sintomi il dolore diventa più acuto e si avverte il tipico scatto durante le escursioni in flessoestensione del dito interessato,eventualmente associato alla presenza palpabile di un nodulo tendineo, a livello dell'articolazione metacarpo-falangea.
Il trattamento conservativo ( infiltrazioni cortisoniche e fisioterapia tipo lasere e ultrasuoni ) è efficace per la risoluzione del gonfiore e del dolore, ma non è sempre risolutivo.
In tal caso è indicato l'intervento chirurgico, che consiste nel liberare il tendine dalla guaina.
L'intervento viene effettuato in day hospital e dopo è utile seguire semplici esercizi di fisioterapia per evitare aderenze tendinee.





Il colpo di frusta

di Admin del 21/04/2011 alle ore 13:33:26, in PATOLOGIE, letto 1840 volte.

Il termine colpo di frusta, identifica una lesione traumatica distorsiva della colonna cervicale, causata da una brusca sollecitazione in iperestensione (testa all'indietro), seguita da un'altrettanto violenta spinta in iperflessione (testa in avanti).
Caratteristicamente il colpo di frusta si verifica in incidenti automobilistici, specialmente in seguito ad un tamponamento da dietro.
La brusca decelerazione-accelerazione della cervicale causa lo stiramento dei muscoli e dei legamenti cervico-nucali, nonché delle strutture nervose.
La muscolatura cervico-nucale si contrae a scopo antalgico (una reazione di difesa), limitando le capacità articolari della colonna cervicale.
La conseguenza di tutti questi effetti è una sintomatologia rappresentata da dolore cervicale, rigidità del collo, cefalea, dorsalgia e, talvolta, formicolii alle braccia e alle mani (parestesie), vertigini e cefalea.
Il primo provvedimento da prendere è rappresentato dall'immobilizzazione della cervicale con collare per 7-10 giorni, farmaci antiinfiammatori e miorilassanti.
Successivamente si potrà iniziare la fisioterapia, con ionoforesi, raggi infrarossi, laser, tecar, rieducazione motoria; quindi, nelle fasi più avanzate, massoterapia (massaggio decontratturante), caute trazioni manuali, mesoterapia antalgica -antiinfiammatoria -decontratturante.





Il dorso curvo

di Admin del 21/04/2011 alle ore 13:32:42, in PATOLOGIE, letto 706 volte.

Il dorso curvo detto anche ipercifosi è un'accentuazione della curva fisiologica dorsale della colonna vertebrale.
Nella forma più grave, oltre al danno estetico, provoca uno schiacciamento anteriore delle vertebre e un danno respiratorio.
Il dorso curvo è più frequentemente localizzato a livello dorsale, ma talvolta si localizza nella parte bassa della colonna dando luogo alla “cifosi dorso-lombare”.
A differenza della scoliosi, dà luogo più facilmente a dolori vertebrali sia in età giovanile che adulta. Il dorso curvo nei più giovani può essere di due tipi: idiopatico o da osteocondrite (o morbo di Scheuermann).
Le cause del dorso curvo idiopatico sono sconosciute.
Quello da osteocondrite è causato da un'alterazione della cartilagine di accrescimento delle vertebre, che provoca una cuneizzazione anteriore dei corpi vertebrali e altri segni, erniature e irregolarità dei bordi vertebrali, facilmente identificabili sulle radiografie.
Il trattamento del dorso curvo rispecchia in linea di massima quello della scoliosi, con la sola ginnastica medica correttiva è possibile risolvere la totalità delle forme di lieve e la maggior parte di quelle di media gravità.
Se la deformazione ha già superato una certa soglia di gravità, occorre indossare un corsetto, fino ad arrivare alla chirurgia per i casi gravissimi.





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